Bullismo e disaggio sociale

FOLLIA ADOLESCENZIALE=STRABISMO ADULTO

Bullismo come forma di disaggio sociale indotto dagli adulti

Ragazzi per niente adulti che s’improvvisano guerrieri senza Dio, a fattaccio sopr-avvenuto, nella consueta dis-abitudine a consegnare contenuto e sostanza alle parole, il mondo adulto rincara la dose, come se la sola punizione fosse sufficiente a prevenire il danno. La pietà è divenuta un bene introvabile

FOLLIA ADOLESCENZIALE=STRABISMO ADULTO

Audire - Irisform

 Portale web alla difesa dei più deboli - IrisForm

“La violenza non è forza ma debolezza né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto di distruggerla”

Audire nasce da Violenza abuso sos progetto dell'ente no profit Irisform.

Il progetto si sintetizza sul valore della mediazione e sull'ascolto dell'altro come strumento di non violenza, in linea con la nostra  tradizione filosofica greca di civiltà.

Ha anche come obiettivo informare e progettare azioni concrete contro la violenza ed interrogarsi da dove nasce e perché.

Il portale ha come scopo fondamentale l'informazione sul concetto di violenza e vuole operare in sinergia con enti istituzionali per la difesa dei più deboli bambini e le donne tenendo conto delle ultime tecnologie (gli ultimi sviluppi del web) a disposizione.

 Cruciale è anche la violenza sugli animali che è un anello fondamentale per i bambini ed i ragazzi del loro senso di giustizia per i più deboli.

Sviluppiamo convenzioni con professionisti che possono assistere chi è vittima di violenza ed abuso, che se coperte da sponsor sono anche gratuite.

dott. Giacomo Gallo

BAMBINI COLPEVOLI DI ESSERE INNOCENTI

 

Bambini e roghi: umanità derelitta e sconfitta


Un rogo, fiamme alte, nel silenzio di chi è costretto all’angolo, d’improvviso  le grida, la via di fuga, chi vive potrà ancora piangere, chi invece muore rimane dannato e oppresso dai chiodi delle parole, dei giudizi, delle condanne scagliate a priori. Tre corpicini annientati, disintegrati, polverizzati più della cenere, bambini neppure incerottati, bambini trucidati.

Qualcuno dice che sono soltanto chiacchiere quando si afferma senza se e senza ma, che donne, vecchi, e bambini non si toccano mai, perché a suo dire si tratta della dicitura di qualche sottocultura non meglio identificata. Come qualcuno ben più lungimirante di me, ha ben scandito alla nazione: un omicidio è sempre un omicidio, ma quando di mezzo ci sono bimbi innocenti, allora si tratta di qualcosa ben al di sotto di qualsiasi comprensione umana. Le azioni di morte come queste che dovrebbero incendiare le coscienze pressoché dormienti, stanno supine a un mercato sottobanco che vende più del grande magazzino di turno, quello dell’imbecillità sub-umana. Si susseguono i racconti di quanto accaduto, come sassi che deflagrano ogni lamento  apparentemente convissuto nel dolore che accomuna, invece permane un imbizzarrimento che innalza a preghiera la presenza ingombrante dell’indifferenza, senza più maschera per recitare una preghiera di circostanza. Si muore di pistola, di fucile, di bombe, ma anche e soprattutto di deliri di onnipotenza, Si muore in barba ai sentimenti, alla giustizia, all’amore lacerato e  negato. Si continua a morire solitudinarizzati.                                      Le immagini di questa indicibile vergogna ci colpiscono con la vicinanza di quelle drammatiche  assenze, ridotte a bisbigli di incapacità ad ascoltare, osservare,  assai meglio rimanere indietro, in tutta sicurezza, a fare smorfie di
disgusto.                                                                                                           
          Ma ancora si inciampa, si sbatte il viso sul duro, perché sono proprio quelli dietro che passano sopra agli altri per giungere illesi alle proprie dimore, per non rimanere contaminati dall’ammasso cerebrale che non intende fare prigionieri. Giornali, televisioni, circoli elitari, inondano le nostre case, le nostre tavole imbandite di proposte, di possibilità, di occasioni e di necessità, ognuno è padrone delle sue carte truccate, ciascuno  con la sua buona impostura, fin’anche la compassione.  La ragione, se ancora c’è la ragione, sta a Dio oppure all’infamia di ultima generazione?  Sta sempre e soltanto a Dio  un sussulto di giustizia, di solidarietà costruttiva, di coraggio e sfida alla quotidiana follia.                            Oppure è necessario mettere da parte le liturgie drammaturgiche sulle nefandezze dis-umane, affinché  il primo strato di lingua, diventi  urlo di ognuno e di ciascuno, una vera e propria ingerenza umanitaria,  invasiva e pervasiva con il corpo e con il cuore, mai  con il fuoco spinto alle spalle, come può fare il più vile dei traditori di ogni possibile umanità, anche della più derelitta e sconfitta.

LA SOCIETA’ MORDI E FUGGI

LA SOCIETA’ MORDI E FUGGI

 LA SOCIETA’ MORDI E FUGGI: i falsi miti di oggi con i nostri ragazzi sempre più fragili


Da qualche tempo l’impressione è che alla realtà che viviamo sovrapponiamo la trama di un film, che però non è mai stato girato, dunque si tratta di sequenze prodotte dalla nostra disabitudine a vedere le cose per quello che sono.

Nella scuola l’eroe da imitare non è quel ragazzo silenzioso dell’ultimo banco, quello che scrive come il mio autore preferito, piuttosto è quell’altro, che mette sotto il più debole con l’aiuto degli altri, con metodo da lager o da gulag

Il gruppo è in marcia, batte i piedi, è diventato assai più importante della famiglia, è famelico nel ricercare gli obiettivi, nell’individuare e spezzare la fragilità del coetaneo di turno.

Non è così semplice omologare una violenza, errata e inaccettabile, ma addirittura svestita di una qualunque “utilità”, quindi riottosa a qualsivoglia ridefinizione sociale.

Sulla criminalità di piccolo cabotaggio, delle grandi organizzazioni, si conoscono anse e anfratti di quelle scelte dirompenti, i pochi si nascondono dietro i tanti per fare denaro, per delirio di onnipotenza.

Ma di fronte a queste forme di incomprensibile distorsione umana, perché di vera e propria erosione intimistica si tratta, non è con la sola punizione esemplare, con la semplicizzazione della risposta penale, che si ripiana la follia di una fisicità comportamentale divenuta requisito primario per apparire, per essere riconosciuti all’esterno della propria carta di identità.

Tolleranza zero, risposte dure, tutti pronti alla guerra di liberazione del terzo millennio, forse è questa la ricetta giusta, ma quale metodo educativo è approntato per riguadagnare il terreno perduto della buona vita, al disagio relazionale che investe l’intera società e non soltanto i più giovani?

Gli adulti ben hanno da preoccuparsi, consegnando rese e tradimenti ai propri figli, quale stile di vita hanno trasmesso per fronteggiare la deriva del tutto e subito, la divinazione del mito della forza, della dialettica che mette in fila le parole ma non aiuta a distinguerne il senso, perché nel frattempo quelle parole si sono consumate.

Come per il detenuto che non sa lavorare su di sé, ma persiste a giustificare e condannare gli altri delle proprie disfatte, anche per queste generazioni di guerrieri in erba, vi sarà la disperazione ad attenderli al varco, e finchè si insisterà a raccontarne gli episodi in maniera ossessiva, da casa del “grande fratello”, il delirio continuerà a investire i più giovani, quelli innamorati della messaggeria istantanea schizzoide, dalla “roba” che fa bene, dalle nocche infrante.

Vincenzo Andraous

13 GIUGNO 1984

13 GIUGNO 1984 L’UOMO E LA SUA AUTOREVOLEZZA


Il 13 giugno: il dono profondo della misericordia e della compassione - Cardinale Carlo Maria Martini


Stavo chiudendo l’ufficio per fare ritorno a casa, quando l’occhio s’è imbattuto sul calendario appeso alla parete, la data odierna un impatto inaspettato, improvviso, mi ha catapultato nell’era del ferro e del fuoco, epoche cretacee, jurassiche, risvegliandomi ricordi che credevo sepolti ormai perduti nel tempo. Il 13 giugno di tanti anni fa, del 1984, secoli esplosi e implosi letteralmente, scomparsi, una sorta di caduta all’indietro, dove la memoria storica è letteralmente andata in frantumi. Eppure il tempo non dovrebbe consentire sbandate e rinculi, il tempo dovrebbe essere sempre quel grande e indiscusso riferimento perché autorevole, quel dottore efficiente ed efficace, quel pedagogo mai stanco di intuire e creare nuove opportunità, quell’educatore infaticabile di ognuno e di ciascuno.


13 giugno del 1984, disperso nei meandri della mente, dissolto sotto il primo strato di pelle, chi ricorda più l’Uomo che fece un passo in mezzo alla tempesta, non ho detto un passo in avanti, ma in mezzo, là, dove infuriava l’assenza di un perdono.


Chi rammenta più l’Uomo che nel silenzio del fare, creò le condizioni per una mediazione che era già in procinto di divenire riconciliazione.


Quell’uomo altero e severo, con il dono profondo della misericordia e della compassione per quanti furono vittime innocenti, spesso rimasti senza giustizia, per quanti furono utopisti illusi nella teoria e violenti nella pratica, infine per quanti risultarono uomini sconfitti e vinti.


Quell’Uomo eretto e fiero, in mezzo, là, tra quegli uomini allo sbando, quella data, 13 giugno, ha una sua grande importanza, nel conservare il valore della dignità dentro la tragedia di una vera e propria guerra combattuta nelle strade, nelle piazze, nelle città, nei paesi, nelle celle e nei passeggi delle carceri italiane ridotte a terra di nessuno.


Non ho dubbio alcuno del valore di quella sua intercessione in quel remoto 13 giugno 1984, il suo tentativo di indurre combattenti e simpatizzanti alla fine della lotta armata, a ritrovare un equilibrio sufficiente per arginare la disumanità dilagante dell’ideologia, soprattutto per raggiungere una riconciliazione umana, sociale e politica.


Ho avuto forse immeritatamente il grande dono di conoscere il Cardinale Carlo Maria Martini, di ascoltarlo e di abbracciarlo, di comprendere come a volte muoversi verso l’altro non si esaurisce con una preghiera di intenti, ma con una azione di posizione forte e libera.

Aprire Sportello Antiviolenza

Aprire Sportello Antiviolenza nel tuo Comune


aprire sportello antiviolenza
Il progetto Sos Violenza Abuso prevede anche l'apertura di centri, sportelli antiviolenza nei vari comuni.

 Il tipo di assistenza può anche essere gestito on line e telefonicamente, da personale esperto o anche fisicamente presso il comune...

IL SAPORE DELLA RESPONSABILITA’


IL SAPORE DELLA RESPONSABILITA’ 



La droga come campo della irresponsabilità: vita vera come RESPONSABILITA’


C’è nell’aria un sapore strano, sapete, no, non potete saperlo, e spero tanto, che non lo scoprirete mai, quel sapore di cui sto parlando.

E’ il sapore del sangue mischiato al carburante, del ferro contorto, dell’acciaio bruciato.

Un sapore strano appunto, dove marca il territorio l’assenza eterna che diventa presenza costante, il fuori posto, qualcosa che manca all’appello oggi e pure domani.

Ci si arrabatta a reperire attenuanti generiche prevalenti alle aggravanti, a osservare poco più in là, qualche metro da noi, dall’altra parte della strada, della via, a casa tua, non certamente nella mia. Guardiamo spesso, sempre più spesso agli altri, lontani, sconosciuti, nel tentativo maldestro di autoassolverci.

Ogni volta che ci assale la tragedia, l’inciampo, l’ostacolo duro come pietra che dura, scaraventandoci sulle ginocchia con la testa reclinata in avanti, restiamo disperatamente aggrappati alle nostre medagliette appuntate sul petto, con la convinzione di averla fatta franca ancora una volta, infantilizzati al punto di agognare il primo posto alle olimpiadi delle commiserazioni.

Da giorni si susseguono le dicerie sprovviste di orme, le filmografie da due cents, i racconti azzoppati, le balle e le verità contrapposte.

Si alternano le offese, gli insulti, le spocchie miserabili di chi sa tutto, di chi sa niente, di chi vorrebbe esser all’altezza di salvare il mondo, mentre questo mondo tra macerie e detriti, lo potrà salvare soltanto un Uomo, il nostro amico dei piani alti, a noi non resta che tentare, ma per davvero, una sorta di ortopedia esistenziale di tutti giorni, dei gesti quotidiani ripetuti, per meglio vedere a un palmo dal nostro naso, dove non intendiamo vedere, figuriamoci se ascoltiamo il cuore.

Una trasmissione dietro l’altra, dossier, incontri, confronti, dove ognuno e ciascuno sta ben stravaccato nei salotti buoni, anche in quelli sgangherati, interloquendo forbitamente sul problema mai risolto dell’essere, di morale, di etica, di sistemi complessi, un po’ meno e più comprensibilmente di un adolescente che ha deciso di mollare improvvisamente la sua vita, badate bene, non ho detto gli ormeggi, per quanto un quattordicenne sappia cosa significhi capacità di scelta, responsabilità, dunque la stessa libertà di sentirsi libero dentro.

Diatribe manipolanti fino al punto di etichettare una madre senza più la propria carne in grembo, simile a un bicchiere vuoto capovolto, come fosse naturale imputarle la scomparsa del proprio figlio.

Giorni e giorni a giudicare e condannare senza l’ultima volontà di un perdono, dapprima quella donna, poi chi ha mandato le forze dell’ordine, infine definendo la droga apparentemente non sia affatto droga, perché non fa male, anzi fa stare bene, di più, è assai meno pericolosa di una responsabilità venuta meno.

Ore e ore spese a contrapporre ideologicamente il diritto alla tutela della vita al dovere di rispettarla quella vita, compito che spetta a ognuno e ciascuno, non solamente delegando allo Stato azioni salvifiche oppure l’eventuale epitaffio.

Quando di mezzo c’è un giovane, il suo disagio, il suo malessere, possiamo metterla giù come meglio ci aggrada, affibbiando tutte le colpe ai genitori, stabilendo arbitrariamente che non si tratta di una madre coraggio, che addirittura l’irresponsabilità ha la sua residenza nella dimora di quell’adolescente, non nella sua cameretta.

Possiamo tritare la realtà come meglio vogliamo, svuotare della sostanza le parole e le stesse responsabilità degli aggettivi usati come corpi contundenti, rimane quel sapore strano che non ci consente di fare spallucce, di fare finta di niente, di cavarcela additando questo e quello, perché a volte, soprattutto in questo caso, volenti o non volenti, la spiegazione si cela nei dettagli. E quel dettaglio potrebbe esser domiciliato in una domanda che sembra non possedere permesso a mostrarsi: ma davvero c’è qualcuno che è d’accordo a consentire l’uso di sostanze al proprio figlio?



Vincenzo Andraous

Era soltanto un barbone



Era soltanto un barbone

 Era soltanto un barbone senza passato e solo







Chi ricorda più quel senza fissa dimora bruciato vivo qualche giorno addietro, badate bene, non ho detto qualche anno fa. Ogni sera quell’uomo infagottato in cenci e stracci andava a prendere posizione sulla strada per lasciare a qualche ora di sonno di lenire la propria sofferenza e solitudine.


Quanto accaduto a quel clochard non è atroce soltanto perché una vita è stata annientata, lo è anche per l'atteggiamento nei confronti di una tragedia che non può lasciare indifferente alcuno, eppure nonostante il poco tempo trascorso, il pugno nello stomaco ricevuto a tradimento, permangono quegli spazi e attimi di coscienze nientificate.


Chi ricorda più quel “barbone”, la sua storia personale, il suo volto, quel morto ammazzato nel via vai di sconosciuti protesi a una sorta di fuga che non esorcizza un bel niente. Passato lo sgomento iniziale, l’indignazione del momento, si tratta solamente di un rinculo per lo spavento, nient’altro di più, nient’altro di meno.






Nell'eccesso di abitudine alla fatalità, alla sonnolenta indifferenza, un diritto acquisito sul campo a far finta di nulla, a passare avanti, tanto è cosa di tutti i giorni, c’è però la compassione, quella dimensione che non fagocita cinismo né menefreghismo, non permette di imbrattare la fratellanza umana con il trucco cinematografico della società aperta multiculturale solidale, un falso reso credibile da quella finta partecipazione che fa guadagnare una pseudo cultura della solidarietà, dell’inclusione sociale, assai male recitata.


A Milano, a Palermo, a Bolzano, è la stessa cosa, infatti a volte l’istinto a ripararsi, a proteggersi, a correr via, c’è la fuga quale miglior difesa della vita. Ma lì, in quel di più e in quel di meno, c’è un dispiego inaudito di socialità indifferente, di fraternità indifferente, di pietà indifferente. La violenza è nel piatto del cibo, nel biglietto del cinema da poco acquistato, nella scuola abbandonata, nella famiglia squassata per arrivare a sera. La violenza è in ogni curva infilata dritta per arrivare primi, in ogni sgabuzzino camuffato a nascondiglio, in ogni feudo di potere conquistato usando gli altri, abusando degli altri, asfissiando con il sopruso gli altri.


Allora chi se ne frega di chi rimane abbattuto sul proprio giaciglio in fiamme, costringendo a una drammatica fermata del proprio viaggio, un uomo in compagnia della propria libertà. Scompare persino la rabbia, non resiste alla gogna neppure l’indignazione, rimangono a fare rumore solo passi affrettati verso una salvezza dall’altra parte della carreggiata, senza volgere lo sguardo, proprio come fanno gli assassini, quelli che hanno addomesticato le passioni, le emozioni di una intera città, i sogni e desideri di una gioventù monca, recisa, troppo spesso buttata via a metà del percorso.


Non rimangono da usare neanche tante parole, per tentare di uscire sani di mente e di cuore da simili tragedie, forse non è più sufficiente parlare di educazione, etica, morale, ora occorre scandire un tempo di trasformazione culturale, di fiducia in quegli uomini e in quelle donne che possono ricondurre la società al posto che le compete, quello del rispetto di se stessi e degli altri, dunque, del rispetto della vita.
 Vincenzo Andraous

Natale: Pazienza e Tolleranza



NATALE DEI SOLCHI E DELLA SPERANZA

La speranza e la pazienza della tolleranza

In questo Natale potremmo provare a sentirci Musulmani, Ebrei, Cristiani, nel senso di scambiarci reciprocamente i solchi che ci dividono e allontanano, fino a renderci nemici. 

Scambiarci pene e gioie, amori e paure, fino a sentire al fondo della carne e al centro del cuore, il bisogno di conoscere per intero il peso della storia, nella necessità di non chiudere il proprio uscio. Scambiarci le nostre storie personali, le nostre interiorità, che non sanno solo di amaro e non stanno disegnate in piramidali fatti a misura da utopisti e manipolatori di coscienze.          

Questo Natale perché non provare a innalzarlo a un giorno da ricordare, dove incontrare pezzi di noi stessi sparsi all’intorno, per toccare con mano ferma e non soltanto caritatevole l’urgenza di un ripensamento culturale, che induca non solo a richiedere il castigo per chi infrange la legge, ma riconosca il valore della riconciliazione, della ricomposizione, attraverso un’attenzione sensibile, che non è accudente, ma accompagna nelle proprie responsabilità e nei propri intendimenti di ritornare ad essere uomini nuovi.

Un Natale a misura di uomo per comprendere l’esigenza di giustizia di chi ha subito come di chi subisce affinché una Giustizia equa favorisca davvero la nascita di uomini equi.             

In questo Natale proviamo veramente a pregare per un Bimbo che nasce e che vorremmo incontrare all’angolo di ogni strada buia. Un Bimbo che non ha cittadinanze imposte, ma si espande dal principio alla fine per essere “insieme” in un NOI che non volge le spalle alla preghiera che ascolta, ma scopre nuove energie a cui fare ricorso per non ingannarci tra relativismo etico e fede vinta ai tavoli da gioco.

Il Bimbo nasce e noi siamo in corsa, con il respiro pesante per le tante cose da fare, siamo preda della pazienza della disperazione.                              

E’ Natale, forse essere più buoni, sta a significare che non sono sufficienti i diplomi né i corsi brevi per raggiungere quella dimensione che questa festa ci dona, consentendo a tutti una laurea assai più ambita, quella della pazienza della speranza.


 Vincenzo Andraous