DIETRO L’ANGOLO IL RISCHIO ESTREMO



DIETRO L’ANGOLO IL RISCHIO ESTREMO

                    Alcol e dipendenze: ragazzi di 13 14 anni in come etilico


Dietro l’angolo sta maldestramente celato il pericolo del rischio estremo.

Il mondo degli adulti perde contatto con la pazienza della speranza, non scommette più sul potenziale dei propri figli, non ne supporta più la crescita, come a voler sottolineare che non tutte le persone sono preziose.

Coma etilico a 13-14 anni, ora i ragazzi tacciono, riflettono sull’intorno reale, l'assenza di qualcuno che manca all’appello incute timore, dunque, c'è necessità di istruire trasmettendo nozioni, affiancando l’arte dell’educare, tirando fuori e costruendo insieme, intuizioni, passioni e ideali nuovi, perché questo disagio non abbia a decantare lodi all’imbocco dei vicoli ciechi.

Qualcuno si ostina a sibilare che si tratta delle solite ragazzate, oppure licenziando l’impaccio del fattaccio etichettandolo come un mero accadimento per perdenti.

Forse, però, questo qualcuno, non fa buona comunicazione, corretta informazione, né un’onesta azione morale.

Qualcuno pensa che sia ugualmente tutto sotto controllo, non ci sono dati esponenziali sufficienti a creare preoccupazione, forse questo qualcuno è all’opera da tempo per non disturbare il macchinista, per non fagogitare ulteriori perplessità sulla eventuale patologia che nel frattempo è già diventata una terribile malattia.

Ci accalchiamo sulle definizioni, le spiegazioni, le castronerie adolescenziali, forse occorrerebbe qualcuno che finalmente fa piazza pulita delle reiterate giustificazioni di un mondo adulto sempre più annacquato, “costretto a educare”, al dolore e alla fatica per riuscire a ben camminare.

In psicologia si definisce questa mancanza di volontà da parte dei ragazzi “ psicastenia”, come a dire che ogni resistenza alla fatica è latitante.

Forse occorrerebbe imitare lo stile educativo della Comunità Casa del Giovane di Pavia, la quale come una buona madre, pone domande ai suoi giovani ospiti, piuttosto che impartire ordini disimpegnanti, ciò per apprendere il valore di una strategia che parta dal rispetto per se stessi, per giungere alla considerazione e alla fiducia dell’altro.

Ai giovani di oggi bisogna credere, e non soltanto per puro interesse collettivo, ma perchè se ci si sente accettati, coinvolti a dare il meglio di sè, non si ha necessità di attirare l’attenzione con gesti eclatanti, destinati alla follia più lucida.
Per ogni sostanza legale o illegale ingurgitata, per ogni uso e abuso di roba, saranno sempre i più giovani a impattare con il prezzo maggiore cui fare i conti, è scontato che pagheranno nuovamente le solite e ben note vittime, gli innocenti.

Dunque attenzione ad autorizzare altre schifezze immonde, già sono sufficienti quelle che ci sono.

 Vincenzo Andraous

PRESIDENTE MARGARA



IL PRESIDENTE MARGARA

Alessandro Margara come Direttore Generale del  D.A.P.

Come cittadino detenuto colpevole, come ex detenuto, come cittadino libero, debbo molto all’intelligenza e alla fermezza di questo Magistrato, soprattutto in questo tempo di impegno e di responsabilità.
Ho conosciuto il Dott. Alessandro Margara come Direttore Generale del  D.A.P.  in più occasioni, ho avuto a che fare con l’Uomo e con il Giudice, in entrambi i casi ; il rigore non ha mai disgiunto strada alla sua umanità, né l’autorevolezza della sua vista prospettica armeggiare con gli scarponi chiodati dagli interessi di potere.
Nelle sue parole, azioni, analisi, traspariva la necessità di un ripensamento culturale che affermasse la giustezza di un principio, il quale non è filtrato da scuole di pensiero o strumentalizzazioni ideologiche: in carcere esiste un prima, un durante e un dopo, più il carcere recupererà persone, più il problema della sicurezza sarà soddisfatto, contrariamente a ciò che si è cercato di fare passare come principio sofistico.
Margara stava anch’egli al centro del percorso del detenuto, dovendo  fare camminare insieme con equilibrio e senza dimenticanze la funzione di salvaguardia della collettività e quella di recupero fattivo delle persone ristrette.
Il carcere, il luogo per eccellenza più separato, escluso, ghettizzato, diventa lo spazio più facile da rimuovere culturalmente. Se il carcere che si vuole fare nascere non avrà spazi di risocializzazione, perché costruito su un ragionamento di solo contenimento del fenomeno criminale, se gli spazi in questione verranno immediatamente occupati per la troppa abbondanza di carne umana, mi sembra chiaro che continuerà a venire meno la funzione stessa della pena e cosa ben peggiore aumenterà la recidiva e la società si ritroverà in seno uomini ancora più incalliti di quando sono entrati, peggio uomini ritornati bambini incapaci di fare scelte responsabili.
In questo senso assume grande rilievo l'impegno profuso dal Presidente Alessandro Margara, il suo tentativo di alimentare processi ripetuti di relazioni e interazioni, affinché fosse possibile un cammino di crescita individuale attraverso la sinergia di quattro poli convergenti: Magistratura, Istituzione Penitenziaria, Società e Detenuti.
Egli sapeva benissimo che se solo una di queste componenti viene meno tutto il progetto è destinato a fallire.
Lo stesso dibattito sulla Giustizia e in questo caso sulla pena e sul carcere è costantemente avvelenato dal flusso comunicazionale non sempre corretto e leale.
Per cui il bene e il giusto che si riesce a fare in una galera, nelle persone ricondotte al vivere civile, premessa per ogni conquista di coscienza, rimangono ultimi e dimenticati.
Margara con questa ingiusta croce ci ha fatto i conti ripetutamente.
Di conseguenza rivendicare la propria dignità, ognuno per sua parte e nel proprio ruolo, sfugge a ogni regolamentazione giuridica e umana, ciò per una politica contrapposta e distante che disgrega e annienta quei "ponti di reciproco rispetto "a fatica mantenuti insieme.
Margara ha cercato di  insegnare a tutti: cittadini liberi e non, che il  “carcere è società”,  allora come può una società non sentirsi chiamata in causa, non avere la consapevolezza che è suo preciso interesse occuparsi di ciò che avviene, o peggio, non avviene dentro un carcere?
La ringrazio ancora Signor Presidente e buona strada.

 VINCENZO ANDRAOUS


LA DROGA RICREATIVA DELL'INDIFFERENZA

DROGA RICREATIVA

  Per mia impostazione culturale rIspetto le idee di ognuno e di ciascuno, detto ciò non mi sottraggo dall'affermare il mio dissenso in merito a quanto espresso in video o carta stampata da personaggi più o meno in vista, sulla legalizzazione delle sostanze, su come la droga terapeutica sdogani la droga ricreativa. Ognuno mena il can per l'aia dove meglio pascola il proprio gregge, personalmente non mi frega una mazza di chi le spara a destra e chi a sinistra, di chi usa le parole per creare consensi, neppure cammino seminando verità, diffido di chi le ha ben depositate al fondo delle tasche, di chi pensa di esser capace di salvare chi. Dunque evitando inutili prese di posizione ideologiche, rimango convinto, dalle sempre nuove ricerche scientifiche, sanitarie ( per’altro assai autorevoli ), da ciò che vedo in Comunità Casa del Giovane dove svolgo il mio servizio, dal carico come somma degli errori della mia esperienza, i più esposti cioè i più giovani pagheranno come al solito il dazio maggiore, per cui credo sia importante non tanto liberare la droga a discapito del liberare dalla droga. Le varie mafie non hanno l'erba-cannabis come primo capitolato per riempire di dobloni d'oro le stive dei loro galeoni, a mio avviso non sconfiggi il mercato in questa maniera, affermare ciò equivale a svolgere un'informazione manipolata e manipolante. Con una canna non è mai morto nessuno? E’ accaduto e continua ad accadere, non a tutti, certo, solamente a QUALCUNO. Siccome ci sono altre porcherie legali perchè farla tanto lunga con sta roba LEGGERA illegale? Proprio perchè ce ne sono fin troppe di irresponsabilità non è il caso di aggiungerne altre, è già più che sufficiente uno stato con il grembiule da oste, con la livrea da biscazziere per un azzardo declinato incredibilmente sostenibile, dentro una società bullistica che non ne ha la dovuta e rigorosa consapevolezza. I minori sono i maggiori fruitori di cannoni, illegali, oggi, e domani che sarà legale, loro rimarranno comunque out, ma maggiormente invitati dal mercato illegale che li affascinerà con un surplus di roba ancora più deleteria. In galera non c'è nessuno per uno spinello, in galera non ci vai per uso modico, per spaccio di una minima quantità, in galera il sovraffollamento disumano è dovuto a ben altro. Personalmente non sono un giustizialista, non credo nel castigo salvavita, nei divieti ideologici, credo fermamente nella necessità di non ingrossare le fila di una certa indifferenza sociale, QUESTO SI. Quanto meno per tutela e garanzia dei più giovani. Le parole valigia dove mettere dentro tutto e il contrario di tutto, servono unicamente a fare ammalare la comunicazione, l'informazione, quella verità che tanto insistentemente proponiamo e propiniamo a pochi cents. VINCENZO ANDRAOUS

Il carcere non è un film


SUL CARCERE E SULLA PENA

NON E’ UN FILM

Sul carcere c’è sempre più confusione, sempre maggiore disinformazione, lo scollamento tra dentro e fuori è davvero allarmante, non consente di auspicare quel cambiamento che invece non è più rinviabile, se vogliamo che le persone che escono siano migliori di quando sono entrate.

Occorre intervenire per delineare nuove assi di coordinamento sociale finalmente condivise e partecipate, affinché si possa parlare del carcere e della pena non più solamente con grammatiche emergenziali o interventi sgrammaticati, ma con un progetto che metta in condizione di esser riconosciuti nei propri ruoli e come persone: operatori e detenuti.

In queste righe c’è il tentativo di formulare un momento di riflessione, per fare tesoro delle intuizioni e creatività di ognuno e di ciascuno, per concretizzare la possibilità di restare ancorati alla reale sostanza delle cose, infatti il carcere non è assolutamente quello dei films, tanto meno quello della pancia al bar sport.

Bisognerà prendere coscienza che c’è da fare i conti con la persona/e, con i suoi errori, con la giusta punizione, ma anche con una carcerazione che mantenga inalterati gli scopi costituzionali e la propria utilità sociale, affinché chi privato della libertà dentro una cella, possa uscire al termine della propria condanna, quanto meno nella comprensione di una libertà ritrovata che sta nell’impegno di una nuova responsabilità.

Ri-progettare il carcere e la pena, dando particolare rilievo alla componente educativa, può favorire e accelerare il processo di cambiamento in atto oltre che dare un spinta propulsiva e innovativa in termini di concretezza, all’interno del più ampio contesto delle politiche di Welfare.

Ma non solo, infatti come accade in una comunità di servizio e terapeutica come la Casa del Giovane, dove da molti sono impegnato come operatore, sarà necessario investire sulle professionalità e conoscenze umane, non soltanto sul cartaceo delle disposizioni ed i regolamenti interni di un penitenziario, occorrerà adoperarsi non a mantenere un istituto come un lazzaretto, ma favorendone la propria autorevolezza di baluardo della legalità-ri-educativa nel ripristino delle regole da rispettare, dentro e fuori, quali vere e proprie salvavita.

Soprattutto diverrà stringente il disporsi ad aiutare chi è detenuto, non per una pseudo solidarietà accudente e buonista, ma con l’obiettivo di recuperare strumenti e occasioni per ritornare in possesso di un equilibrio, soprattutto per ri-conquistare la propria dignità personale, perché checchè qualcuno si ostini a ripeterci che veniamo al mondo con la nostra inossidabile dose di dignità ben allacciata in vita, lì rimarra’ per sempre, qualunque sarà il nostro atteggiamento, comportamento, stile di vita, ebbene, posso assicurare che non c’è panzana più grossa e deleteria.

La dignità la si può perdere e come, in maniera devastante, tragica, addirittura c’è anche di peggio, la si può rubare, rapinare, anche agli altri, agli innocenti. Poi ritornarne in possesso diventa davvero difficile, e non sarà sufficiente la nostra buona volontà, né mettercela tutta per riuscire a ben camminare, infatti nessuno si salva da solo, nessuno ha ragione da solo, dovremo esser capaci di chiedere aiuto, consapevoli che chi chiede aiuto non è persona fragile, debole, o come molti amano definirlo uno sfigato, ma una persona con la propria fortezza interiore.

Ebbene non sarà ancora sufficiente.

Dovremo impegnarci a fondo per creare le condizioni, l’opportunità di incontrare qualcuno che ci viene incontro, stende il suo braccio, stringe forte la nostra mano, sradicandoci letteralmente dal buco nero profondo in cui siamo caduti.

Io c’ero per intero in quel buco nero profondo, fino a esser diventato un pezzo di edilizia penitenziaria, distante, solitudinarizzato, sprofondato dentro un luogo e uno spazio dove neppure l’ultima volontà di un perdono veniva risparmiata.

Se oggi mi ritrovo a scriverne, a parlarne con i più giovani, con chi ha pazienza di ascoltare, non lo devo certo a chissà quale medaglietta appuntata sul petto, non sono maestro di niente, non ho niente da insegnare a nessuno, per cui sto bene attento a non incorrere in appropriazioni indebite, di ruoli e competenze che non mi competono. Devo questa nuova possibilità di risentirmi parte della vita, a quelle persone di cui prima ho parlato, persone alte, non per misura fisica, ma per autorevolezza, perché risultano essere veri e propri esempi da seguire, che lasciano tracce e orme indelebili, impossibili da non vedere, sentire, ascoltare.

Il carcere ha il dovere di insegnare, non addomesticare, educare alla fragilità della privazione della liberta’, accompagnando chi sta dentro una cella verso la consapevolezza che occorre davvero la forza del coraggio per cambiare: per prendere convinzione interiore di un progetto, di vista prospettica, di un percorso, una strada nuova in cui camminare non più rasenti ai muri, con le spalle al muro, ma passo dopo passo al centro, in cui abbandonare i carichi inutili, le zavorre pesanti che ci fanno rallentare il viaggio, camminare sulle ginocchia, e neppure ce ne accorgiamo: pesi inutili dei deliri di onnipotenza, di commiserazione.

Il delirio di onnipotenza, pensare che siamo i più furbi, che la nostra scaltrezza ci faccia arrivare velocemente a dama, che attraverso le nostre pratiche violente, illegali, basate sul raggiro, sulla truffa, sulla prepotenza, sul sopruso, la prevaricazione, raggiungiamo ogni traguardo, infischiandocene di chi davanti a noi affaticato, arranca, inciampa, cade. Ù

No, noi non ci fermiamo a soccorrerlo, ci passiamo sopra pur arrivare o meglio arraffare quella meta.

Per tanto tempo ho fatto finta di rispettare gli altri, dunque senza mai rispettare davvero me stesso, l’ipocrisia che diventa stile di vita nel riconoscere il ruolo degli altri, soltanto quando quel ruolo è subalterno, prostrato, supino, al mio.

E così facendo non soltanto si perde contatto con la realtà, con la sostanza delle cose, peggio, accade molto peggio, la stessa vita umana perde il suo valore.

Deliri di commiserazione per cui tutto ciò che succede, tutto ciò che accade, tutto ciò che ci piega di lato, non è mai per colpa mia, no, è tutta colpa di qualcuno altro, è sempre colpa degli altri, mai per colpa mia.

Eppure, forse, più semplicemente l’unico vero problema siamo noi.

La solidarietà non è manna che cade dal cielo, non è prodotto che si compra al supermercato, ma strumento vitale che lega insieme un dopo auspicabile attraverso un durante solidale costruttivo, ecco dunque la radice profonda su cui poggia l’umanità, su cui dovrebbe poggiare il carcere, la pena, la riparazione.

Parlare di carcere è tema aspro, ostico, spesso confinato alla pancia del bar sport, invece è auspicabile valorizzarne la speranza, perché soltanto chi rimane disperato n’è privo.

La speranza è dentro la fatica del passaggio, del tragitto, del confluire dentro la consapevolezza che occorre ri-partire dal riconoscimento dell’esigenza di giustizia che sale alta della sofferenza delle vittime, dei parenti della vittime, degli innocenti, di quelli che spesso, sempre più spesso, restano privati di una giustizia giusta.

Con l’esperienza come somma degli errori, ho compreso che soltanto da questo riconoscimento possono nascere e svilupparsi nuove opportunità di riscatto, riconciliazione da parte di chi il male l’ha commesso.

Unicamente da questo riconoscimento potrà nascere una possibilità di riparare al male fatto, in ogni conversione c’è necessità di riparazione, di sollievo e conforto e giustizia per chi ingiustamente ha ricevuto il dolore della ferita e della tragedia.

Anche là dove l’unica forma di riparazione possibile è il perdono.

Per ultimo, scontare quarant’anni di carcere forse non risulterà sufficiente per un’assenza divenuta presenza costante, però potrebbe esser una opportunità per accorciarne le distanze.  


Segue...

Il carcere ed insegnamento 
Vincenzo Andraous

GIUBILEO E MISERICORDIA

GIUBILEO E MISERICORDIA

GIUBILEO E MISERICORDIA a Roma Papa Francesco

Papa Francesco ha indetto il Giubileo speciale, l’anno Santo, nella Misericordia, nella compassione, nel coraggio del cambiamento: “Via il lievito vecchio per essere pasta nuova”.
L’Uomo si rivolge a tutte le genti, affinché alle persone sia dato tempo e possibilità di vivere e confrontarsi, senza per questo dover scavare a forza la propria fossa.
Nelle sue note c’è il non senso di azioni fondate sul rancore, sull’odio, sulla vendetta, su quei sentimenti che non consentono giustizie sociali né pace per alcuno, perché è vero: “la violenza regna dove l’ingiustizia ingrassa”.
Il Papa ha parlato per coloro che hanno voltato le spalle alla propria umanità, per chi ha dipinto la propria assenza-sconfitta nelle ferite inferte.
Ha parlato anche per chi pensa che al male si risponde con altro male, nell’illusoria convinzione di risolvere i drammi individuali e le tragedie collettive.
E’ davvero così difficile affrontare una lettura evangelica del sentimento del perdono?
Nessuno si salva, se non sa perdonarsi, se non trova nell’altro gesti e parole d’amore.
Pagare il proprio debito alla società non può significare la creazione di una nuova dimensione di violenza, in una pena distruttiva e immutabile.
Un contesto disumanizzato e disumanizzante, come quello del carcere, toglie all’uomo la speranza, non solo privandolo della libertà, ma estraniandolo dalla propria dignità.
Privare la persona della possibilità di rendersi conto dei propri errori, significa non consentirle di fare i conti con il peso delle proprie colpe, con le lacerazioni che hanno prodotto la rottura del vivere civile.
Quanto è difficile chiedere perdono in queste condizioni? E quanto essere perdonati? Ciascuno vive il suo presente in funzione delle scelte fatte,  le azioni del cuore se non condivise non consentono di essere scelte.
Rimangono le responsabilità e gli abissi dell’anima, nulla è cancellato, niente è dimenticato, ma sentire dentro il bisogno di perdonarsi, di avere pietà di se stessi, riconoscendo l’esigenza di giustizia di chi è vittima, degli innocenti sempre più spesso privati di quella giustizia, indica la via maestra per l’altro bisogno: essere perdonati per ciò che si è nel presente, nella consapevolezza degli errori disegnati a ogni passo in avanti, condividendo quel bene comune che è intorno a noi, per tentare di tramutare l’ansia e il dolore delle vittime in una riparazione-riconciliazione che sia cambiamento fruibile per la collettività tutta.
L’umanità, quando è ferita, richiede maggiore severità nelle pene da espiare, mentre la persona detenuta sconta la propria pena convincendosi di aver pareggiato il conto, di aver pagato assai più di quanto dovuto, fino a intendere la libertà proprio come un adolescente: fare tutto quello che voglio.
Dove sta il carico della responsabilità, la capacità di fare delle scelte, l’azione morale condivisa che stabiliscono il valore della libertà? L’uomo infantilizzato non ha vicinanza né prossimità con alcun interesse collettivo.
Invece, riconoscere il bisogno di perdonarsi e perdonare, sottolinea l’urgenza di un percorso umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e reciprocità, nell’accettazione di una possibile trasformazione e di un fattivo cambiamento di mentalità.
Ecco cosa ha detto a me Papa Francesco con questo Giubileo.

Vincenzo Andraus

PASQUA E BOMBE 2016

GESU’ DOVREBBE RIFIUTARSI DI RISORGERE

La Croce indica le tante tragedie che ci colgono impreparati, nelle catene delle addomesticazioni, delle abitudini stanche alle prigionie dell’anima.

Le bombe stanno ai chiodi inaccettabili, documentata incoffessabilità delle strategie più disumane, statistiche accantonate di chi cade, di chi muore, di chi sopravvive violentato.
Pasqua è riconciliazione, è riparazione, è offerta di riscatto nello stretto di ogni più remota possibilità, è slargo prospettico che non ci fa dimenticare quanto è avvenuto per il nostro delirio di onnipotenza e per la nostra ipocrita capacità di commiserazione.
Corpi dilaniati, violati, in nome della democrazia che veste i panni degli interessi, dei confini ad aprire e chiudere, priva di giustezza l’idea della pace nella guerra sbagliata di ieri, come in quella di oggi dal collare sgargiante.
Pasqua è spinta forte all’attenzione, è fermata che ci chiede senza riserve di credere in noi stessi, attraverso gli altri, quindi a quella Croce che ci parla di una fede che non ha sovrappeso di vecchiezza, né tempio di esperienze arroccate in posizione di difesa.

Ci sono guerre da fare, contendenti in campo da armare, bandiere e ingiustizie da dissimulare, nel sangue che scorre a fiumi, la dignità di un mondo rapinato di ogni più miserabile pietà. Quando i pezzi di carne all’intorno fanno scempio del coraggio rimasto per ogni passo ad accorciare le distanze, si odono le parole del reietto “ sono inchiodato al mio destino maledetto come a una croce, come nel Golgota di Gesù, nel suo corpo piagato e nella sua parola desolata: mio Dio, perché mi hai abbandonato……..

Quell’urlo taglia come un bisturi la rimanenza di ogni inutile terrorismo d’accatto.



Gli spari, le esplosioni, hanno tolto passato, presente e futuro a ogni uomo, donna, bambino, depredandone la storia nel massacro che non ha fine, perpetrato nel nome di un Dio impazzito, ridotto al silenzio più colpevole, diventato ladro di dignità umana, culturale e politica, un silenzio dimentico di un preciso dovere, di un irrinunciabile valore, quello della giustizia, la quale induce a schierarsi apertamente verso coloro, gli innocenti, gli incolpevoli, che non vedono riconosciuti i propri diritti fondamentali, quelli elementari della libertà.
Sia Pasqua di libertà, di responsabilità, finalmente di scelte e di azione del cuore.

Le bombe stanno ai chiodi: Bruxelles Marzo 2016



GESU’ DOVREBBE RIFIUTARSI DI RISORGERE 

La Croce indica le tante tragedie che ci colgono impreparati, nelle catene delle addomesticazioni,  delle abitudini stanche alle prigionie dell’anima


Le bombe stanno ai chiodi inaccettabili, documentata incoffessabilità delle strategie più disumane, statistiche accantonate di chi cade, di chi muore, di chi sopravvive violentato.
Pasqua è riconciliazione, è riparazione, è offerta di riscatto nello stretto di ogni  più remota possibilità,  è slargo prospettico che non ci fa dimenticare quanto è avvenuto per il nostro delirio di onnipotenza  e per la nostra ipocrita capacità di commiserazione.
Corpi dilaniati, violati, in nome della democrazia che veste i panni degli interessi, dei confini ad aprire e chiudere, priva di giustezza l’idea della pace nella guerra sbagliata di ieri, come in quella di oggi dal collare sgargiante.

Pasqua è spinta forte all’attenzione, è fermata che ci chiede senza riserve di credere in noi stessi, attraverso gli altri, quindi a quella Croce che ci parla di una fede che non ha sovrappeso di vecchiezza, né tempio di esperienze arroccate in posizione di difesa

Ci sono guerre da fare,  contendenti in campo da armare, bandiere e ingiustizie da dissimulare, nel sangue che scorre a fiumi, la dignità di un mondo rapinato di ogni più miserabile pietà. Quando i pezzi di carne all’intorno fanno scempio del coraggio rimasto per ogni passo ad accorciare le distanze, si odono le parole del reietto “ sono inchiodato al mio destino maledetto come a una croce, come nel Golgota di Gesù,  nel suo corpo piagato e nella sua parola desolata: mio Dio, perché mi hai abbandonato……..

Quell’urlo taglia come un bisturi la rimanenza di ogni inutile terrorismo d’accatto.

Gli spari, le esplosioni, hanno tolto passato, presente e futuro a ogni uomo, donna, bambino, depredandone la storia nel massacro che non ha fine, perpetrato nel nome di un Dio impazzito, ridotto al silenzio più colpevole, diventato ladro di dignità umana, culturale e politica, un silenzio dimentico  di un preciso dovere, di un irrinunciabile valore, quello della giustizia, la quale induce a schierarsi apertamente verso coloro, gli innocenti, gli incolpevoli, che non vedono riconosciuti i propri diritti fondamentali, quelli elementari della libertà.
Sia Pasqua di libertà, di responsabilità, finalmente di scelte e di azione del cuore.