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I TRADITORI E GLI INDIFFERENTI (kurdi ed occidente)

Guerre: Kurdi ed occidente la geopolitica senza valori


I TRADITORI E GLI INDIFFERENTI

kurdi ed occidente

A detta di molti affermati studiosi la guerra non riesce a piegarsi a nessuno scopo sociale condivisibile, eppure è guerra in ogni dove, in ogni quando, in ogni più sparuta regione del mondo. Sotto l’egida della pace, della fratellanza, dell’ingerenza umanitaria, oppure della intermediazione militare, c’è un dispendio forsennato di scarponi chiodati e pallottole per  controfirmare le ragioni del contendere, per imporre accerchiamenti e trappole mortali. In queste ore  tocca al  popolo Kurdo morire falcidiato a causa dei tradimenti e interessi incrociati dei padroni del mondo  che praticano barando spudoratamente l’arte della guerra.

 C’è chi avanza a testa bassa e chi arretra nel sangue della disperazione, personalmente non riesco neppure a sbalordirmi sulla giustizia e necessità di combattere questo o quell’altro tiranno, neanche sono interessato a fare del pacifismo a buon mercato, preferisco chiamare per nome le canaglie, i traditori, gli assassini impuniti e orgogliosamente impettiti con le alabarde spianate. Ho poca parentela con quanti dapprima annuiscono in favore di chi per troppo tempo ha subito angherie ingiustamente ma subito dopo per un accordo neppure troppo celato, usano ferocemente l’indifferenza per fare man bassa di deliri di onnipotenza e in via subordinata di deliri di commiserazione, chiaramente per non pagare dazio. La guerra è guerra e fa sempre schifo, di più se è il risultato di accordi sottobanco.

 Però di fronte a immagini ripetutamente mandate in onda di bambini con gli occhi sbarrati dal terrore, di bambine con il viso insanguinato, bimbi con le dita fatte a pezzi, con le gambe mancanti, con i vestitini inzuppati  di sangue rattrappito, come è possibile rimanere imperturbabili, convinti di essere nella ragione, come è possibile non avere vergogna, non provare vergogna, non rimanere schiacciati dalla propria vergogna.

Chi pensa di essere al di sopra delle parti, come chi ritiene di esser il potente intoccabile di turno, occorre costringerlo alla vergogna come compagna di viaggio, c’è necessità che  il dolore e la sofferenza di questi innocenti non vengano subdolamente ribaltati dentro la narrazione in un anfratto remoto, in un angolo dove non è più possibile vedere niente. Penso che fino a quando  non si comprenderà che l’ingiustizia perpetrata su un innocente per giunta un bambino, è qualcosa di indicibilmente inaccettabile, rimarranno le lacrime di coccodrillo a fare la differenza, a timbrare il passaporto a una inumanità bellamente riconosciuta come un inevitabile evento critico. Una riprova questa del potere della morte,  le immagini di quegli incolpevoli divorati dalla miserabilità di quel potere, diventeranno messaggi cifrati, così artatamente contraffatti da non risultare più chiari né leggibili per tentare di rielaborarli.

 Quando il sentimento dell’amore è segregato, sei  ancorato a una stanchezza che ti fa sentire perduto,  hai  in comune con il tuo simile solo un dolore  sordo, che evita di guardare all’indietro nè di pensare al  domani, così facendo è un’impresa ardua perfino provare vergogna. Per tentare di cambiare questo stato delle cose sottosopra occorre una condizione: il diritto alla vita e alla tutela di ogni bimbo, di ogni innocente, passa attraverso un’azione collettiva, dove nessuno può chiamarsi fuori. Forse.

Vincenzo Andraous


VeggieFriends: Pino Caruso

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IMPROVVISAMENTE L’ASPRO RISVEGLIO

IMPROVVISAMENTE L’ASPRO RISVEGLIO

Minori tra scuola e società


Improvvisamente ogni giorno si sentono tuonare le campane della legge, delle norme, della richiesta che sale alta di giustizia, improvvisamente non trascorre ora, che qualche monello non venga sospeso, allontanato, fin’anche arrestato e accompagnato in qualche comunità per minori.
Improvvisamente s’è destata la bilancia della giustizia, improvvisamente qualcuno ha deciso di andarci giù duro con questi famosi per forza, con questi maledetti per vocazione, improvvisamente è guerra dichiarata ai bulli di ogni bicipite mostrato malamente, improvvisamente la somma pedagogia e l’arte dell’educare, piegano di lato e lasciano fianco e spazio alla mannaia, improvvisamente si predilige la punizione alla prevenzione, eppure la scure che taglia carne e ossa da l’impressione di non esser la medicina, somiglia piuttosto alla malattia.
Da tempo in famiglia, a scuola, in classe, in oratorio, alla fermata del pulman, al pub, non pare alberghi il quieto viver, bensì l’inquieto sopravvivere, che spesso, sempre più spesso, aiuta e facilita la formazione di in-cultura e dis-valore alla vita vissuta scopiazzando miti di cartone ed eroi dal piedistallo traballante.
Improvvisamente il mondo adulto scopre l’arma del randello, della pedata nel sedere, della lavagna rovesciata sulla testa.
Improvvisamente non c’è più attenzione-timore  a correre il rischio di  etichettare, stigmatizzare,  creando il personaggio scomodo, il pezzo di edilizia scolastica.
Improvvisamente la pedagogia e l’educare si sfilano dal tenzone, prediligono la clava alla costruzione di rapporti e relazioni importanti, anch’esse, come bene sanno fare gli adolescenti, delegano ad altri, quanto invece gli spetta di dovere.
Quando si è di fronte alla sofferenza, al dolore, alle assenze, non ci sono scuse né giustificazioni che possono assolvere gli artefici di una tragedia che vede sistematicamente coinvolti gli innocenti, eppure è questo improvviso impazzimento alla condanna senza appello, che rende perplessi, quasi annichiliti.
Improvvisamente appunto, come a voler significare che fino a ieri, abbiamo scherzato, che fino ad oggi,  qualcuno è stato così disattento da non accorgersi del disfacimento e scollamento tra chi conduce e chi segue, tra chi dovrebbe esser esempio autorevole da insegnare  il valore del rispetto per se stesso e per gli altri.
Improvvisamente si sente la necessità di “liberare la libertà” di ognuno e di ciascuno, di troncare l’asfissia cui è costretto il solito innocente, non più con la cura e l’attenzione che predilige la manutenzione ordinaria delle parole, della propria testimonianza e storia.
Improvvisamente la mazza detta i tempi per risolvere il disagio relazionale che non è casuale, non è ospite inaspettato di quanto nel presente ci urta e disturba, è ciò da noi fatto debordare dalla nostra indifferenza, dalla nostra incapacità a trovare tempo e pazienza per ascoltare e soprattutto rimanere sul pezzo dell’intransigenza a quel famoso e importante valore nel Dna di un no, rispetto ai troppi e inconcludenti sì.
Come si può pensare di garantire tranquillità scolastica e sociale, ricorrendo improvvisamente alle brutte, dimenticando le tante e troppe volte in cui le diatribe le risolvevano la mera trasmissione delle nozioni, a scapito di una passione, di un ideale, di un po’ di intuizione e creatività. 
Improvvisamente ora è guerra a tutti quei pezzetti di noi stessi che abbiamo sparpagliato intorno con altrettanta somma indifferenza.
Mi permetto di ricordare che l’improvvisare rigore e severità  non rieduca nessuno, anzi, se fai il “bravo” è solo perché sei diventato un po’ più cinico.
Una buona scuola, una famiglia dai valori consolidati non agiscono mai  improvvisamente, bensì attraverso quell’autorevolezza che insegna a tirare fuori il meglio, insieme, nel rispetto delle regole, e non soltanto dei numeri per quanta musicalità posseggano.

Ragazzi, bullismo e scuola


Ragazzi, bullismo e scuola

NORMALE ANORMALITA’ nella scuola moderna incapace di generare cultura


Si spara, si accoltella, si aggredisce, senza fare una piega, nella più desolante normalità. Una vera e propria a-normalità, ben vestita di giustificazioni, di attenuanti, di indifferenza ubriaca di falso moralismo, di buonismo venduto al miglior offerente.

Un giovane, un adolescente, a pochi passi da un’adultità purtroppo disacerbata, taglia la faccia a una insegnante, a una donna, alla propria docente, le affetta una guancia con la lama di un coltello.

In questa nuova puntata sul bullismo, ma che bullismo proprio non è, tutt’altro, la comunicazione permane un soggetto privato del complemento oggetto, l’informazione costantemente manipolata dalle suggestioni, piuttosto che dalle spiegazioni oggettivamente riscontrabili.

Diciassette anni non sono proprio pochi, non sono proprio anni ciechi, neppure anni irrisolti, neanche somigliano ai tredici anni domiciliati al rifiuto delle regole.

Diciassette anni hanno prossimità con la maggiore età.

Colpisce e tramortisce la “normalità” con cui il colpevole, l’imputato reo confesso, defenestrato del suo piedistallo dalla platea non più plaudente, venga fermato, condotto in caserma, accompagnato in una comunità di recupero.

Indipendentemente dalle varie scuole di pensiero, dalle psicologie più o meno astruse, dalle didattiche mordi e fuggi, rimane il fatto, che quell’adolescente si recava a scuola, in classe, insieme ai coetanei ignari ( si spera ) con un serramanico in tasca, come si trattasse di un astuccio porta matite, oppure una medaglietta ben appuntata sul petto.

Non mi pare a onor del vero che girare armati sia sinonimo delle solite ragazzate, del tram tram obsoleto del così fan tutti, anche peggio, sono soltanto menate che da sempre coinvolgono i più giovani.

No, non è così, in ogni tempo, luogo, questo tipo di comportamento-atteggiamento è dichiaratamente un devianza, una permanenza residenziale-delinquenziale, per cui addolcire la pillola significherebbe arrendersi, non mettersi a mezzo, di traverso, affinché ciò non solo non accada più, ma soprattutto ne venga compresa la gravità del gesto.

Colpire una docente in volto, sfregiandola con 33 punti di sutura, significa non essere un bullo, un famoso per forza, un maledetto per vocazione, piuttosto si tratta di una fascinazione delinquenziale.

Bullismo è un disagio relazionale, non è ancora un accadimento criminale, in questo caso si tratta di delirio di onnipotenza, di uso e abuso di intolleranza culturale, al di là del disturbo di personalità che verrà diagnosticato.

L’atto di forza o miserabile debolezza che dir si voglia, dimostrato dallo studente, impugnando quel serramanico, non è la studiata scientificamente reazione adolescenziale a un richiamo ricevuto, ma la sub-cultura del ferro, del fuoco, della botta che annichilisce, il brodo culturale dell’io vinco e tu perdi non si fanno prigionieri.

Nel carcere per minori ci sono ragazzetti detenuti per spaccio, per rapina, per furto, per violenze sulle cose e sulle persone, infatti il carcere c’è, esiste, perché ha, o dovrebbe possedere ruolo, scopo, utilità, non soltanto equivoche sintesi a non farvi entrare i più giovani, in quanto non ancora criminali,

Ho la sensazione che criminali si diventa apprendendo la locazione dell’uscita di emergenza, la possibilità dello scarto di lato, dell’attenuante prevalente alla aggravante.

Quanto accaduto in quella scuola ancora una volta si farà beffe della giustizia, in nome di una comprensione educativa che nulla ha a che fare con l’educazione alla legalità, l’educazione al rispetto delle regole, il rispetto per se stessi e degli altri, soprattutto degli innocenti.

La scuola è autorevole quando il suo educare non contempla soltanto la trasmissione delle nozioni, ma il valore della conoscenza, la traducibilità di qualcosa che appare incomprensibile, come ad esempio il dazio da pagare quando si commettono atti di una gravità eccezionale, dazi da pagare per apprendere il rispetto della vita umana.